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viaippocrate45Lunedì sera a MACAO centro per le arti la cultura e la ricerca http://www.macao.mi.it/ si è tenuto uno degli incontri del workshop/seminario “Arte e follia” nato dall’esigenza di contribuire ad arginare il nuovo attacco alla legge 180 che viene dalla proposta di legge “Disposizioni in materia di assistenza psichiatrica” d’iniziativa dell’on. Fra i vari interventi la i fondatori di Olinda, associazione attiva nel territorio dell’ex Paolo Pini,  fra cui Thomas Emmenegger e la proiezione del film  ” Via Ippocrate 45 ” con i commenti dello stesso regista Alessandro Penta. L’autore del film racconta di avere vissuto circa 3 mesi all’interno dell’ostello di via Ippocrate 45 per conoscere la città olinda e per ambientarsi al luogo e alle sue storie. Il progetto olinda è articolato, il documentario ne narra molto bene gli intenti, la vita, attraverso le storie di 6 protagonisti che vivono e partecipano ai diversi progetti in modo molto attivo. Il teatro, il progetto del ristorante, del bar. E ovviamente il tema costante di ciò che significa fare-non fare- produrre, la realizzazione di una rete che accolga il disagio, l’idea di produrre un riconoscimento. Più volte, durante la mia ricerca legata all’arte (intesa come arte sociale, come creatività al servizio di un percorso comune di intenti) il dubbio emerge nella definizione o nella possibilità di un’arte intesa come terapia, cioè un atto artistico che abbia come fine una riabilitazione, e quanto questo sia o no possibile, si possa o no definire arte ecc…E’ proprio su questo punto che olinda ha le idee chiare. Il fare arte e il fare terapia sono due azioni ben distinte. Se si fa arte, lo si fa fino in fondo, integralmente,  e non a metà…non si può fare un po’ di teatro o un po’ di pittura, non si può girare un po’ un film. L’arte deve essere pura nel suo valore di riconoscimento. La terapia è qualcosa che avviene in maniera indiretta, l’arte è diretta, pura realtà. Non esiste per Olinda un’azione artistica specifica, il gruppo teatrale è un gruppo misto dove si lavora professionalmente e così il resto dei progetti. La terapia è qualcosa che appartiene ad un contesto e a finalità ben precise, tende ad assicurare una riabilitazione, l’arte no, il suo fine non è sicuramente quello che noi ci prefiggiamo, il suo fine non si può assoggettare a dinamiche prestabilite. Questo non significa certo sminuire il valore di un’arte sociale, ma sicuramente aiuta a darle una dignità diversa, mantenendo comunque chiaro che l’azione creativa ha la sua indiscussa potenza di trasformazione. Alessandro Penta autore del film racconta  in particolare il suo rapporto con Andrea,  che nel documentario è uno dei 6 protagonisti. Inizialmente Andrea non voleva avere a che fare con la telecamera, durante  le  riprese il suo approccio è cambiato, anzi, è stato proprio grazie all’utilizzo del medium video che Andrea si è deciso ad uscire per compiere un viaggio e un confronto effettivo con la realtà. Alessandro racconta anche che successivamente Andrea ha incominciato a girare video autonomamente, con un amico ha imparato a montare il girato e così via…quanto questo si possa definire terapeutico non saprei, ma sicuramente l’utilizzo creativo di un medium è stato efficace per un cambiamento di stato e per la produzione di un riconoscimento, questo si.  In un contesto psichiatrico tutto è organizzato a compartimenti stagni, c’è lo specialista per qualsiasi cosa, lo psichiatra, l’arteterapeuta il teatro terapeuta ecc…ma questo non può funzionare in quanto si ha a che fare con persone intere.Dare degli strumenti quindi, delle tecniche con cui le persone possano esprimersi, si, ma prima di tutto creare una rete che accolga il disagio.

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